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  • MENADITO FAMILY

SCARTI - Cap 4 – Galeotta fu quella birra in più

di Francesco Soze




“Tre album li ho trovati fuori dal negozio, per terra sulla neve.”

“Tre album li hai trovati f… fuori sulla neve? In che senso? Album tuoi, che vendi tu?”


Michael era quanto di più simile ad un flipper in tilt si poteva trovare in città in quel momento.


Il ritrovamento di Menadito a soqquadro e i particolari che emergevano uno dopo l’altro nel corso della mattinata non potevano che accrescere dubbi, incertezze, stupore.


“Ah, miei album sì!” -riprese il longilineo musicofilo-

“quando ho aperto questa mattina mi sembrava di aver pestato qualcosa sotto la neve…

ho guardato meglio e un po’ sepolti sotto i fiocchi c’erano tre vinili, tutti bagnati.

Ma per fortuna c’era l’involucro di plastica, sembrano a posto…”


“E come hanno fatto a finire qui fuori?”


“Boh, una folata di vento!”


“Una folata di vento entra dalla porta e tira fuori solamente tre vinili… un po’ improbabile.”

“Magari una folata di vento di buon gusto…”


Dopo quella fantasiosa osservazione calarono secondi interminabili di silenzio, così gelidi da mescolarsi alla condizione meteorologica forlivese di quei giorni.


Michael trovò un pertugio per uscire dall’impasse: “Vabbè, torniamo a lavorare.

Birra stasera? Per schiarire un po’ le idee…”

“Come no, benissimo.”

“A stasera!”

“A stasera.”

A Forlì ci si stava preparando ai “giorni del nevone”, così era già stato ribattezzato il periodo dalla popolazione da bar in città.


Scuole e università erano state chiuse, i locali pronti ad essere riempiti.

Il centro storico popolato da piccoli agguerriti combattenti che a furia di palle di neve finivano con vestiti fradici e pelle arrossata dal gelo.


E poi c’erano i negozianti, che tentavano di ricordare alla popolazione la normalità.


Erano giorni di socialità quelli del nevone, lunghissime passeggiate per arrivare da un posto all’altro e silenzio.

Erano giorni in cui la gente faticava a ricordare se fosse mercoledì o sabato.

Erano giorni con sprazzi d’infanzia per gli adulti ed incorreggibile entusiasmo per i piccoli, giorni fantastici di calze bagnate.


Per Michael non sarebbe cambiato nulla, solo più difficoltà negli spostamenti a piedi e più orli dei pantaloni bagnati.

La mattina era incominciata con un piacevole via vai in negozio.

Strana creatura l’essere umano nato a Forlì, invisibile nella normalità e dedito alle compere con la neve pronta a crescere.

“Ah me ‘sta cosa dei vinili proprio, proprio, proprio non mi è andata giù.”

La parlantina di Michael viaggiava a velocità ridotta ma stridula alla terza birra.

“Figurati a me.

Grazie al cielo non si sono rovinati”, di tutta risposta l’ex aspirante rocker, di una birra in difetto rispetto al collega del civico 26.

Le parole alcoliche sono parole impavide, con gli occhi un po’ stropicciati e a volume alto, inconsciamente alla ricerca di superare quelle degli altri avventori, creando così un brusio felice tendente al caos, tra il calore della gente e la neve sciolta portata dall’esterno.


“Che poi… che vinili erano? Sono… cioè, che vinili hai trovato?”


“Allora, Il nostro caro angelodi Battisti, Paris Milonga di Paolo Conte e Non al denaro, non all’amore né al cielo di De Andrè…”


“Un vento tutto italiano…” sottolineò scuotendo la testa Michael, cresciuto a Beastie Boys.

“Ma di buon gusto!” -arrivò così il congedo del vicino musicale di Menadito, accompagnato dall’ultimo sorso di una meritata bionda schiumosa- “Ciao Michael, a domani!

Sperando che il vento sia clemente…”, gli strinse una spalla, si chiuse il cappotto ed uscì al gelo.

“Speriamo…” -sottolineò Michael guardando il bancone, per poi alzare lo sguardo: “Mi fai l’ultima per favore?”

Pochi secondi dopo apparve all’interno di un pratico boccale l’ultima birra della giornata, talvolta quella di troppo, talvolta la più triste.

Oggi quella necessaria.


Il nostro caro angelo, Paris Milonga, Non al denaro…” ragionava tra sé e sé, cercando su Google informazioni sui tre album.

La memoria in quel momento si era concessa una piccola pausa, non riusciva a ricordare neppure un brano.


“Aaah, ma è un canto braaasileeeroo…”


Michael alzò la testa di scatto ma al rallenty, il barista asciugava un bicchiere e lo guardava fisso.

“Come dici?”

Ma è un canto brasilero! È una canzone da Il nostro caro angelo.” -il mercante di liquori sorrise il più possibile- “la ascoltavo sempre con i miei genitori!

Mi faceva molto ridere. A ripensarci ora non ricordo perché… anche se ci sono alcuni punti che…”


“Guarda Jacopo ti chiedo scusa ma sono un po’ in confusione… troppi avvenimenti, troppe informazioni… ne riparliamo domani.

Meglio che vada a casa, se no mi danno per disperso.”


Jacopo, il barman, non aggiunse altro.

O forse fu Michael che non volle sentirlo.

La birra fu trangugiata in tempo record, dopodiché il dandy alla romagnola imbracciò l’imponente borsa contenente i suoi effetti personali e, con evidente incertezza, uscì dal locale constatando una tagliente e notevole escursione termica.


Trovarsi così alticcio a fine giornata era una sensazione provata diverse volte nella sua vita ma i tempi della gioventù erano ormai lontani.

Quella condizione fu accolta con sentimenti contrastanti: un vecchio amico che non vedevi da un po’? Un mix tra vergona, senso di colpa e libertà? Com’è che aveva letto in quel libro di Umberto Eco… com’era il sinonimo di “essere ubriachi”?

Essere… “essere in cimbali”. “Ahah!”.

Una risata uscì dal flusso di coscienza di Michael, mentre cercava di accendere la sigaretta che l’avrebbe accompagnato a casa.

Il vento gelido però non aiutava la comparsa della fiamma.

E voltati di qua, voltati di là. Copri con la mano. Aiutati con la sciarpa.


Da sopra quell’improvvisata barricata il nostro capobottega vide una cosa che gli riempì il cuore.

Una coppia. Probabilmente due amici di ritorno da una serata come quella appena trascorsa anche da lui.

Uno più anziano, molto esagitato, correva da una parte all’altra, girando alle volte intorno all’amico, quest’ultimo più alto, smilzo.

E su di lui si concentrò la sua attenzione: indossava un cappotto giallo con tasche blu scure, lungo che avrebbe sfiorato le pistole di un cowboy.

Sulle spalle aveva appoggiata una sciarpa di lana che faceva più giri su sé stessa fino a coprire il volto, sulla testa un cappello a tesa larga.


“Menadito”, commentò a bassa voce sorridendo e facendo traballare la sigaretta tra le labbra. “Outfit completo…” -strabuzzò gli occhi, sembrava impossibile- “tutto il giorno in negozio… le birre…” pensò guardando quella coppia bislacca volteggiare sulla neve, proprio in direzione via Maurizio Quadrio 26.


Scosse la testa, come a resettare il sistema.

Un gioco climatico permise alla sigaretta di accendersi dopo interminabili secondi e a Michael di iniziare il lento ritorno verso casa, passo dopo passo, orma dopo orma sulla neve.


Occhi bassi, troppi pensieri gli impegnavano la mente, tutto così confuso.

Nelle orecchie solo il rumore delle scarpe che affondavano, qualche folata di vento e risate lontane di chi domani non avrebbe avuto nulla da fare.


E all’improvviso altri passi. “Aaaah, ma è un canto brasileeerooooo!! Ahahah!”


Un proiettile umano gli passò a fianco, una scheggia incontenibile.


Fece in tempo a scorgerlo di spalle, possibile lo avesse appena visto svoltare l’angolo?

E quella canzone, ancora?

Due volte nella stessa sera?


CONTINUA.

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