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  • MENADITO FAMILY

SCARTI - Capitolo 7 – L’importanza delle cose

di Francesco Soze


Era finalmente sul palco, di nuovo, dopo tanti anni.

Attilio aveva raggiunto raramente picchi così alti di felicità, un sentimento che lo scapestrato

vagabondo ha sempre misurato a modo suo: “Sono felice… mille coriandoli, sono felice”.

Lo disse a bassa voce, per non farsi scoprire, ancora nascosto dal sipario mentre poteva sentire i passi delle ultime persone che prendevano posto, il profumo dolcissimo delle vecchie signore abbonate in prima fila, il fruscio dei soprabiti svestiti per l’escursione termica con l’interno del teatro.

Ormai si era dimenticato di quella sensazione che si può provare solamente salendo su un palco, a pochi istanti dal “via”.

Il brivido che corre dalle caviglie alla testa percorrendo tutta la schiena; il brontolio cavernoso dello stomaco (altro che farfalle, in quegli attimi ci volano dentro i draghi

alati); il calore in testa, a testimoniare l’imbarazzo di quello che si sta per affrontare e, infine, la voce misteriosa che ti sussurra all’orecchio la più pericolosa delle frasi:


“Scappa via da qui! Ma chi te l’ha fatto fare? Sei ancora in tempo!”.



Attilio ricordava perfettamente la prima volta che ha provato quella escalation di sensazioni.

Aveva quattordici anni ed era stato scelto per interpretare Gian Burrasca nella recita teatrale dellascuola.

Poco importa se fu solo lui a presentarsi alle selezioni per il ruolo, un moto di orgoglio gli

riempì il petto per settimane.

Passò giornate intere davanti allo specchio, vestito di tutto punto, ripetendo le battute che aveva studiato insieme a sua nonna. Non si sfilava l’abito neanche per dormire – “È per entrare nella parte” – diceva alla mamma preoccupata.

Quando fu il momento di andare in scena conobbe, infine, l’ansia da prestazione che lo fece

andare nel pallone.

Per fortuna durò solo pochi istanti, ritrovò il coraggio e fu il miglior “Gian Burrasca” mai visto alla scuola “Edmondo De Amicis” di Forlì.

Quando fu presentato al pubblico gli applausi scrosciarono da ogni dove, nessuno degli spettatori si era accorto delle cinque parole sbagliate.

O forse se ne erano già dimenticati.

Quello fu davvero un bel giorno per Attilio. “Ma questo di più, questo” - pensò rievocando quei momenti, al buio, a poche spanne dal sipario rosso.

Tac.


Di colpo si spensero le luci. Piano piano in sala le parole lasciarono posto al silenzio.

La ventata causata dall’apertura del sipario smosse gli abiti nuovi di zecca di Attilio,

improvvisamente esposto a centinaia di occhi incapaci di vederlo a causa del buio. Un colpo di tosse dalle retrovie. Qualcuno si soffiava il naso.

Tac.


Un occhio di bue lo illuminò dall’alto quasi accecandolo.

Iniziò un mormorio nel pubblico:

“Ma Benigni?” chiese una signora ricoperta di pelliccia.

“Non so… forse questo tipo gli farà da spalla” rispose l’austero marito.

“Questo non faceva Drive In?” osservò un signore dalle retrovie.

“Ma questo chi cazzo è?!” tuonò, infine, dal fondo della sala il regista dello spettacolo seduto

dietro al mixer audio.

Tac.


Si riaccesero le luci, l’oscurità non era durata che qualche secondo. Attilio, nella confusione più totale, notò una coppia di uomini discutere in modo particolarmente animato indicandolo

continuamente: li riconobbe subito come “i proprietari della bottega in cui dormiva il suo amico”.


“Ma è tutta la roba che ci hanno rubato, ti dico!” Michael ne era sicuro.

“In effetti sembra anche a me…” proseguì Emanuele.

“No! Non è che mi sembra, sono sicuro! Passo lì le mie giornate!”

“E cosa facciamo? Saliamo sul palco?”

“Non so… proviamo a bloccarlo!”


Non ci fu bisogno nemmeno di muoversi. Una maschera del teatro piombò sul palco buttandosi contro Attilio che in tutto questo tempo non aveva avuto il coraggio di muovere nemmeno un muscolo.

Non fece resistenza e crollò a terra, con l’aitante ragazzo stipendiato dal teatro su di sé.

“Caddi, come corpo morto cade…” gli uscì sospirando dalla bocca.


Qualche minuto dopo, nell’atrio del teatro c’era un gran trambusto. Tutti gli spettatori erano stati fatti uscire in fretta e furia.

“Era un intruso quello che è salito sul palco… dicono”

“Ma Benigni dov’è?”

“È stato aggredito, l’ho sentito io!”

Nella confusione di esseri umani ed informazioni due spettatori cercavano più di tutti di farsi

valere, con la speranza di accedere al backstage.


“Guardi, io sono molto calmo. Ma le dico che abbiamo subito un furto nel nostro negozio… e quel tipo che era sul palco è il ladro! Indossava tutta la refurtiva!” spiegava Michael ad una delle maschere, una ragazza sulle ventina elegante ma stanca, posta all’ingresso della sala, cercando di mantenere un tono tranquillo.

“Me lo ha già detto svariate volte, le chiedo scusa. Ho il preciso ordine di non fare rientrare

nessuno. La polizia è già arrivata, credo possiate raccontare tutto quanto a loro… tanto avrete sicuramente sporto denuncia, no?”

Michael ed Emanuele, senza dire una parola, si guardarono. Effettivamente non ne avevano avuto il tempo ed in quello sguardo si poteva leggere un intero discorso, compreso del timore di non rivedere mai più gli abiti che vestivano il manichino di Menadito.


Allentarono il tiro, allontanandosi dalla maschera, sempre in silenzio, mescolandosi tra la folla animata più dalla curiosità che dal fastidio di non aver visto lo spettacolo.

Tanta era la foga di voler rientrare in sala e scoprire cosa fosse successo che nessuno si accorse del povero Attilio che veniva accompagnato in manette per salire sulla macchina della polizia, passando proprio davanti alle vetrate dell’ingresso del teatro Diego Fabbri, seguito, poco dopo, del premio Oscar Roberto Benigni sopra alla barella con il capo avvolto da un turbante per fermare l’emorragia.


Attilio volse lo sguardo verso l’attore toscano che ricambiò.

“Non sono stato io Roberto, non sono… non lo farei mai, non lo…” cercò di giustificarsi lo strambo personaggio

“Non so chi tu sia” concluse Benigni, poco prima che le porta dell’ambulanza si chiudessero

davanti a lui.


Ancora una volta era stato costretto a salutare per sempre Roberto Benigni.

“Che poi vai a sapere cos’è per sempre…”

“Cosa stai farneticando?” gli chiese il poliziotto.

“Già una volta ho salutato Roberto pensando di non vederlo mai più, pensando… poi l’ho rivisto proprio qui a casa, proprio… Non sto andando in prigione per sempre, vero?”

La domanda di Attilio rimase senza risposta, silenzio totale fino all’arrivo in caserma.


Con troppa irruenza fu fatto scendere dalla macchina e trascinato in una piccola cella striminzita in attesa, così dicevano, di raccontare tutto quello che era successo.

Nella stanza c’erano anche due ragazzi minuti. Ricordavano ad Attilio quei gentilissimi egiziani che aveva conosciuto molti anni prima quando, da piccolo, aveva insistito tanto per vedere le piramidi e i suoi genitori lo avevano accontentato.

Chissà cosa avrebbero pensato il babbo e la mamma a vederlo così, rinchiuso in una cella come il nonno Renato.

“Anche lui non aveva fatto niente, me l’hanno sempre detto, me l’hanno.”


Troppi pensieri ingarbugliati gli riempivano la mente. Non riusciva nemmeno a rielaborare tutte le cose successe in quei giorni e che, a momenti, avrebbe dovuto raccontare a due signori in divisa.

Si tirò le ginocchia al petto, rannicchiandosi, per sentirsi un po’ più al sicuro.

Si mise a pensare alle estati in riviera con i nonni, con le carezze salate della nonna e agli inverni in montagna con gli amici dei suoi genitori, con la coltre di fumo e il profumo del vino.

Si mise a pensare alla scuola, a quante volte avrebbe voluto dare un pugno alla maestra Maria e a quante volte avrebbe voluto tenere la mano alla Sabrina, anche aver sceso le scale.


Si mise a pensare alle partite allo stadio, a quella volta che il nonno lo prese in braccio dopo il gol dell’Inter.

Si mise a pensare ai pomeriggi da solo passati a guardare i film che gli avevano fatto cambiare il modo di guardare il mondo, uno su tutti? “Le notti di Cabiria” del suo amico Federico e quello sguardo finale che non avrebbe mai dimenticato.

Si mise a pensare al rumore della puntina sui vinili, alle prime note, a quando chiudeva gli occhi per acchiapparle, alle grida di suo padre quando scopriva che aveva usato il giradischi di nascosto.


Pensò a suo padre. Pensò a sua madre. Giovani e belli, spiritosi e intraprendenti, curiosi e creativi. Pensò a quanto lo avevano fatto divertire, a quante cose gli avevano fatto scoprire, ai Natali che lo avevano fatto emozionare.

Pensò all’ultima volta che li aveva visti insieme, per terra. E non era stato nemmeno capace di urlare.

Pensò che era molto tempo che non dormiva in un posto così caldo ed accogliente. Ed in

compagnia.

Ad Attilio veniva un po’ da piangere e un po’ da ridere.



A Forlì la neve si stava sciogliendo.

Willy e il suo padrone, come di consueto, erano in giro per l’ultima passeggiata serale.

“Willy vediamo di fare una cosa veloce perché sono stanco morto. E ci si congela”.

L’Avvocato proprio non riusciva a non parlare con il suo cocker. Rimaneva comunque uno degli esseri viventi che meglio lo riusciva a capire.

Willy annusava tutto come un matto, alla ricerca dell’angolo perfetto per le sue necessità. Il muro di via delle Torri era il suo preferito per il bisogno piccolo, i Giardini Orselli, costeggiati da via Maurizio Quadrio, per quello un po’ più impegnativo.

Scelse un punto del muro e si fermarono pochi istanti.


“Ah cavolo, oggi c’era Benigni qui a Forlì. È vero. Vabbè, anche chi se ne frega aggiungerei.”

Non usò mezzi termini l’Avvocato per commentare la locandina affissa sopra alla toilette

improvvisata di Willy.


Continuarono verso i Giardini, passando da via Maurizio Quadrio che alternava piccole isolette di neve ad altre dove faceva nuovamente capolino il cemento.

Willy iniziò a fare avanti e indietro, da lato a lato della stretta via, come tanto amava fare.

Quando arrivarono nei pressi del civico 26, di fronte all’ingresso di Menadito, l’Avvocato si bloccò di colpo spalancando gli occhi. Fece qualche passo indietro senza mai staccare gli occhi dalla vetrina e trascinando con sé Willy.


“Andiamo via, veloci” – sussurrò al suo piccolo amico.


Questa volta il manichino si era mosso.


Ne era sicuro.


FINE.

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