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SCARTI - Cap 1 - Poche piccole impronte

Aggiornato il: mar 17

di Francesco Soze


A Forlì c’era la neve.

Non si era svegliata con la neve ma piano piano, durante il giorno, un piccolo lenzuolo bianco si era posato sulla città.

Poi un altro. Poi un altro, fino a creare una comoda trapunta ghiacciata.



A Forlì c’era la neve, non che non fosse mai capitato, ma non era neppure un evento così abitudinario da lasciare indifferente la popolazione. Non indifferenti, appunto.

C’era a chi l’evento riempiva gli occhi di innato entusiasmo; c’era chi non perdeva tempo e subito si buttava sul comodo manto soffice disegnando angeli in due dimensioni di fianco ad Aurelio Saffi, proprio sopra al Sanguinoso Mucchio; c’era chi bestemmiava il Signore per il disagio bianco, cercando di prevenire la crescita verticale della neve che il giorno seguente avrebbe portato non pochi problemi; c’era chi si stringeva, per quanto possibile, in una coperta di lana o in un brick di vino, alleato disperato per resistere un’altra notte tra le vie del Cittadone. C’era chi cercava riparo sotto i portici, sotto un ombrello, sotto il parcheggio dominato nel piano superiore dai Musei San Domenico.


In via Maurizio Quadrio, al 26, c’era poi un negozio, una bottega, un laboratorio, di quelli che ti propongono ancora abiti su misura, perché sentirsi unici camuffa la fatica di appartenere ad un “tutto”, che per la prima volta si preparava a vedere e vivere una neve copiosa.


A Forlì c’era la neve e le luci stanche del centro storico stavano iniziando a spegnersi per scampare alla pioggia di fiocchi.

Ma dentro al laboratorio si avvertiva ancora del movimento.

Era essenziale svegliare e sorprendere i primi clienti della mattina seguente con la vetrina di Natale: capi dedicati al freddo dell’inverno, idee regalo, grandi occasioni, il tutto ornato da nastri, drappi e riproduzioni sintetiche di piante che rendessero il clima natalizio resistente fino ai primi sussulti dell’anno successivo.


Di questo era sicuro il barbuto capobottega che, con le ultime forze in corpo, cercava completare l’allestimento

E così, dopo non poco trafficare, ultima tra le ultime attività commerciali della città, la bottega si apprestava finalmente alla chiusura. Tutto era pronto.

Una selezione di calze e berrette colorate, scarpe eleganti già dotate di una storia precedente circondavano il nuovo manichino, protagonista in vetrina di quel periodo magico.

Sprovvisto di testa, vestiva una camicia a righe bianche e azzurre, un panciotto blu coordinato alla giacca e ai pantaloni, un cappotto giallo con tasche blu scure, lungo che avrebbe sfiorato le pistole di un cowboy. Sulle spalle aveva appoggiata una sciarpa di lana che faceva più giri su sé stessa, in fondo al braccio reggeva un cappello a tesa larga, piccola finzione per dare l’illusione di mani prensili.


La vetrina era illuminata e dall’interno del negozio si potevano percepire gli ultimi preparativi.

D’un tratto le luci cessarono, lasciando una tenue illuminazione garantita da un neon interno che riportava il nome del negozio: “Menadito”.


Il barbuto, piccolo titolare, che a tratti poteva essere confuso con la creazione appena ultimata per la vetrina per stile e portamento, stringendo un mazzo di chiavi da vecchio maniero, poteva concludere il rito di chiusura: uno, due, tre giri. Tutto a posto. Tutto pronto.

Lasciando impronte serrate si diresse verso un ultimo impegno, il premio di giornata: un piccolo vizio alcolico, che con la neve era la morte sua, prima di crogiolarsi tra le mura di casa, augurandosi una benevolenza divina: “La neve è bella, però non c’è bisogno di esagerare”.


Sparì così, entrando in una birreria legnosa, con quell’antipatico gioco di escursioni termiche che fanno appannare gli occhiali.


A Forlì c’era la neve, anche poche ore dopo.

Il silenzio diventava sempre più ovattato e disturbante. Pochi coraggiosi abitavano le strade della città.


“Willy facciamo in fretta che si muore di freddo”. Si sentiva sempre un po’ stupido l’Avvocato quando parlava al suo cocker durante l’ultima passeggiata prima di andare a letto.


Stava imboccando via Quadrio, lasciandosi via delle Torri alle spalle, con Willy entusiasta di potersi bagnare quelle lunghe orecchie alla ricerca di qualsiasi traccia sopra e sotto la neve, annusando prima dalla parte di strada verso i Giardini protetti dal Carabiniere, poi dal lato dei negozi, avanti e indietro come un tergicristallo.


Arrivati davanti al civico 26 un sussulto tagliò all’improvviso il cuore dell’Avvocato spaventando anche il suo, sicuramente non impavido, migliore amico.


“Mio Dio che paura Willy… pensavo ci fosse una persona dentro al negozio…

era il manichino!”, ancora parlava con il cane, questa volta lasciando scappare una risata isterica.


“Andiamo a casa che è meglio.”, l’Avvocato in cuor suo era decisamente spaventato e non vedeva l’ora di essere al sicuro.


Aveva avuto l’impressione che il manichino si fosse mosso.


E intanto continuava a nevicare.





CONTINUA.

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